La Vara, cento anni dopo la rinascita: una città torna a riappropriarsi della sua memoria

 

Messina ha attraversato la sua storia, in piazza Unione Europea, davanti a Palazzo Zanca. Non attraverso una semplice celebrazione, ma attraverso le parole, la musica, il teatro e le immagini che hanno riportato in scena una pagina fondamentale dell’identità messinese: quella del ritorno della Vara dopo gli anni drammatici del terremoto, della guerra e della ricostruzione.

Prima di cominciare, un minuto di silenzio ha raccolto la piazza. Poi il racconto è partito, attraversando cento anni di storia, memoria e tradizione.

La serata “La Vara. Cento anni dalla rinascita. 1926-2026”, condotta da Letizia Lucca, ha scelto di raccontare la grande macchina votiva partendo da ciò che spesso rimane fuori dalle immagini della processione: la storia, le persone, le emozioni e il significato profondo di una tradizione che, nel tempo, è diventata parte stessa della città.

La voce narrante di Filippo Faillaci, attraverso il video dedicato alla descrizione della Vara fatta da Giuseppe Pitrè nel 1894, ha riportato il pubblico a una Messina lontana, quando la festa era già uno degli appuntamenti identitari della città.

Da quel passato si è arrivati al 1926, attraverso le letture di Daniele Gonciaruk, Filippo Faillaci, Adriana Salemi e Nino Femminò. Cronache, documenti e testimonianze hanno ricostruito i giorni della rinascita, dalla ripresa delle feste di Ferragosto fino al 15 agosto e al momento in cui la Vara tornò a percorrere le strade della città.

Non una semplice successione di date, dunque, ma il racconto di una comunità che, dopo essere stata travolta dalla tragedia, tornava lentamente a riconoscersi nei propri simboli.

E proprio questo è sembrato essere il filo conduttore della serata: la Vara come memoria di una città che cade, si ricostruisce e poi torna a camminare.

La parola ha lasciato quindi spazio alla poesia e al teatro. Gianpiero Cicciò ha interpretato in dialetto siciliano il testo di Tommaso Cannizzaro dedicato alla Vergine, restituendo alla lingua siciliana tutta la sua forza teatrale. Un momento nel quale la parola antica è tornata a parlare al pubblico di oggi.

Poi la musica di Emy Spadaro, mezzo soprano, con l’“Ave Maria” di Schubert e il settecentesco “Vergin tutto amor” di Francesco Durante.

A seguire, Carmen Panarello ha dato voce ad alcuni brani tratti dal Magnificat: un incontro con Maria di Alda Merini, in un passaggio nel quale poesia e spiritualità si sono incontrate senza bisogno di spiegazioni.

Il dialogo tra Cristo e l’Alma Maria, risalente al 1644, interpretato da Gianpiero Cicciò e Carmen Panarello, ha riportato invece il pubblico alle origini della rappresentazione, quando i personaggi della Vara erano ancora viventi.

Ma la serata ha avuto anche un altro merito: mostrare ciò che normalmente non si vede.

Dietro quella Vara che il 15 agosto sembra muoversi quasi per magia, esiste infatti una macchina complessa, fatta di uomini, esperienza, tecnica e gesti tramandati. A raccontarne i segreti sono stati Francesco Forami e Alberto Molonia, nell’intervista realizzata dall’assessore alla Cultura Enzo Caruso.

Non è mancata la memoria degli episodi più drammatici, come quello ricostruito da Filippo Faillaci relativo all’incidente avvenuto durante la processione del 14 agosto 1681.

A chiudere il percorso, le immagini del video La Vara, realizzato da Marco Dodisi con Todo Modo, con alcune immagini tratte dal volume La Vara di Alessandro Fumia e Franz Riccobono.

A dare il saluto finale alla serata è stato l’assessore alla Cultura Enzo Caruso, che ha voluto condividere con il pubblico anche la propria emozione per una serata vissuta con particolare partecipazione. Nel ringraziare quanti hanno contribuito alla sua realizzazione e quanti hanno scelto di esserci, Caruso ha voluto lasciare a ciascuno dei presenti un piccolo ricordo: una cartolina dedicata alla Vara, come segno concreto di una memoria da custodire e portare con sé.

Ieri sera Messina non ha semplicemente celebrato cento anni. Ha aperto una pagina della propria memoria e l’ha riletta con gli occhi del presente.

Perché la Vara non è soltanto quella gigantesca macchina che ogni 15 agosto attraversa la città. È ciò che resta quando una comunità ha attraversato il dolore e ha scelto di tornare a riconoscersi nei propri simboli.

E forse è proprio questo il senso più autentico di quel lontano 1926: non la semplice ripartenza di una festa, ma la ripartenza di una città.

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